ITINERARI SABINI
LA STRADA ORVINIO - SCANDRIGLIA
di: Andrea Del Vescovo
Lungo
la strada provinciale che collega Orvinio con Scandriglia
si incontrano monumenti naturali ed artistici di estremo interesse.
Questa via di comunicazione
è lunga 14 km ed è asfaltata solo a tratti. Lo è per 4 km dopo Orvinio e per
4 prima di Scandriglia, in mezzo, 6 km di mulattiera. La strada, che parte dai
535 metri di Scandriglia o dagli 840 di Orvinio, durante il suo
"cammino" arriva a superare anche
i 1000 metri di quota.
In particolare, se affrontiamo il tratto asfaltato subito dopo Orvinio
troviamo prima una salita di circa 500 metri, poi una discesa di circa un km,
poi di nuovo una salita di circa 1 km e mezzo ed infine 500 metri di falsopiano.
Questo alternarsi di salite e discese, (un mangia e bevi in termini ciclistici)
in pratica caratterizza tutto percorso della provinciale. Questa via di
comunicazione inoltre, serpeggia quasi interamente all'interno del parco
naturale regionale dei monti Lucretili. Se partiamo appunto da Orvinio, il primo
monumento che incontriamo su un rilievo posto a nord della provinciale è la
chiesa della Madonna di Vallebuona, con intorno i resti del borgo medievale (e
del castello) abbandonato di Vallebuona. Del castello purtroppo oggi rimangono
solamente il maschio ed i resti della cinta muraria. La chiesa invece fu fondata
nel XII° secolo e ricostruita dagli abitanti di Canemorto nel 1643. È in
ottime condizioni dopo recenti restauri. Si racconta che un giorno un pastore di
Orvinio, intento a tagliare l'edera che aveva ricoperto le mura diroccate del
paese abbandonato, notasse la lama della scure intrisa di sangue; fu così che
rinvenne un effigie della Vergine che perdeva sangue. In onore della Madonna fu
costruita l'attuale chiesa sul cui altare maggiore è collocata la sacra
immagine: un dipinto ad olio su lavagna del XVI secolo che rappresenta la
Madonna in atto di allattare il Bambino. L'interno della chiesa è decorato da
dipinti ed affreschi di Vincenzo Manenti, artista nativo di Orvinio. La chiesa
in questione è menzionata anche negli atti della visita pastorale del Cardinale
Andrea Corsini nella diocesi Sabina (1779-1782). Dagli “acta visitationis
diocesis sabinensis” si legge: chiesa rurale della Madonna di Vallebuona, il
tempio ricostruito nel 1643 è decorato con 3 grandi tele . Un San Pietro che
riceve le chiavi da Cristo, una Annunciazione, un San Giovanni Battista. Sull’altar
maggiore è stata collocata una immagine “miracolosa e antica” della Madonna
e due tele con San Antonio da Padova e San Vincenzo Ferrer. Gli atri 2 altari
sono consacrati a San Benedetto (raffigurato tra S.Stefano, S.Francesco e la
Madonna) e alla visitazione della Vergine. La chiesa è menzionata anche negli
atti della visita pastorale in Sabina del Cardinale Carlo Odescalchi
(1833-1836). Alla sezione stato materiale delle chiese infatti c’è scritto:
Santuario della Madonna di Vallebuona “eretto dalla discreta pietà del popolo
fin dal principio del 1600 sulle ruine del castello diruto di tal nome”. Nei
pressi del Santuario inoltre esiste ancora la chiesetta rurale di San Giovanni
Battista (in una proprietà privata, non visitabile e in stato di forte
degrado), descritta tra le proprietà del castello nel 1343. Anche questa chiesa
è menzionata negli atti del Corsini: “chiesa rurale di San Giovanni Battista,
già esistente nel 1614, ha un'unica navata con altare dedicato al Santo
titolare”. Invece la relazione dell’Odescalchi si limita a dire: “poco
distante dal Santuario c’è la chiesa di San Giovanni Battista”. Il centro
di Vallebuona, ubicato sulle pendici di Monte Castellano è legato anche
alla storia di Orvinio: dopo il 1513 infatti il "paese degli orviniesi"
cominciò a popolarsi e ad acquistare maggiore importanza in seguito alla
fusione dei suoi abitanti con quelli del distrutto paese di Vallebuona. Il
castello di Vallebuona appare per la prima volta nel Catalogus Baronum della
seconda metà del sec. XII. Nella prima metà del sec.XIII appartiene a Tommaso
Mareri, al quale viene confiscato da Federico II, ma restituito da Innocenzo IV
il 18 Ottobre 1251 e confermato da Carlo d’Angiò il 14 Aprile 1266. Il figlio
di Tommaso, Filippo, avendo preso le parti di Corradino, Vallebuona gli fu tolta
da Carlo d’Angiò e data nel 1271 a Guglielmo Accroczamuro, che vi rinunziò
all’inizio del 1279. Nel 1284 ne è il titolare Giovanni Piccardo che lo tiene
anch’esso in feudo dalla corte Angioina. Passa in seguito ai Boccamazza di
Roma e nel 1301, dopo la morte di Nicolò Boccamazza, fratello del Cardinale
Giovanni, esso è contestato ai nipoti di quest’ultimo dai Mareri, i quali non
hanno rinunciato ai loro antichi diritti e che, difatti, lo ricuperano,
rimanendovi proprietari fino al sec. XVI. Situato nella diocesi di Sabina, alla
quale paga 2 rubbia di grano, il castello di Vallebuona è incluso nella Visita
del 1343. Esso possiede allora, oltre alla parrocchiale di San Pietro, non meno
di cinque chiese: San Giovanni, San Giusto, San Vittorino, S. Maria e San
Pietro. Verso il 1363 è inserito nella lista base del Sale e Focatico con una
tassa di 10 rubbia, ma non figura in quella del sussidio militare del comune di
Roma del 1396. In tutte le liste del Sale e Focatico del sec. XV, lo spazio ad
esso riservato rimane in bianco. Nel 1440 è ancora citato in una lista di
castelli dei Mareri che si posero in armi con il conte Giacomantonio. In
seguito, il territorio dell’ex castello viene incorporato a quello di
Canemorto. Come abbiamo detto sopra,
il centro di Vallebuona è ubicato sulle pendici del monte Castellano. Sulla
cima di questo monte possiamo
trovare tracce di un insediamento pertinente alla fase di conquista da parte dei
romani del territorio equo; sono ben visibili tracce di terrazzamenti e di mura
difensive in opera a secco risalenti all'età repubblicana (V-VI sec.). Sempre
sul monte Castellano, dove sono stati rinvenuti anche reperti in ceramica
risalenti all'età repubblicana, si trovano anche dei resti risalenti a siti
dell'età del ferro. Per arrivare sulla cima del monte Castellano esistono dei
sentieri segnalati nella carta escursionistica del parco, noi comunque
proseguiamo sulla provinciale, anche lei citata nei percorsi naturalistici da
effettuare all'interno dell'area protetta. Proseguendo lungo la strada, dopo
aver passato la località Pratarelle dove si potrà godere del magnifico pratone
con un fontanile di pura acqua sorgiva, sulla sinistra scorgiamo la vetta Colle
Cima dei Coppi (1211 m), a forma piramidale, una delle più elevate del parco
dei Monti Lucretili. Poco al di sotto della cima ci sono i resti di un altro
borgo medievale (con castello) abbandonato, quello di Pietra Demone. Questo
centro che in passato costituì un caposaldo strategico nella valle del Licenza,
andò completamente distrutto in epoca medievale. L'abitato di Petra Demone,
secondo alcuni prenderebbe il nome da un tipo di pietra rossa ivi esistente,
detta Petra Demonis perché utilizzata per il culto pagano. Nel luogo dove
sorgono le rovine dell’abitato infatti
esisteva in precedenza un tempio dedicato a Giove Cacuno. La “pertinenza di
Petra Demone” è attestata tra i confini di una terra in località Piccarella
nel 1011 e l’incastellamento del sito può dunque considerarsi anteriore a
questa data. Prima del castello, o
comunque già nel sec. X esisteva nel luogo chiamato Petra Demone un monastero
di Santa Maria nel quale prese l’abito monacale San Domenico di Sora (morto
nel 1031). L’Abbazia di Farfa entra in possesso del castello negli anni
1083-1084 per donazione dei conti di Rieti. Nel XII secolo le pertinenze e
l’importanza di Petra Demone si accrescono con l’acquisizione di casali,
vigneti e privilegi concessi dall’Abate Guido III a compenso della fedeltà
dimostrata dagli abitanti del castello nei dissensi seguiti alla sua nomina. Nel
1318 la comunità di Petra Demone costituitasi in libero comune sotto la
protezione farfense, nomina un procuratore perché abbiano fine le ostilità e i
delitti e si ristabilisca la pace con le comunità vicine di Civitella e Percile,
feudi degli Orsini. Nel 1338 l’abate Giovanni IV a causa delle pretese
avanzate da Giacomo Savelli, nomina Stefano Colonna e Rainaldo Orsini vicari di
Petra Demone e Scandriglia. Le pertinenze di Petra Demone si estendono per un
circuito di 18 miglia e la visita pastorale del 1343 segnala, solo per il
castrum di Petra Demone la presenza
di 4 chiese e tre cappelle dipendenti, mentre nei registri del sale risulta
tassato per 10 rubbia. I vicini
centri di Civitella e Licenza invece rispettivamente per 3 e 5, e questo a
testimoniare dell’importanza del luogo. In queste liste delle tasse, Petra
figura sotto 2 province: quella di “Romangia et Abbatia farfensis” e quella
di “Tibur et Carsolii”. Nella prima lista del 1419 per la provincia di
Tivoli il castello di Petra si trova tra le terre disabitate, mentre nella prima
del 1448 per quella di Romangia è segnato “distrutto”. Il suo abbandono va
dunque collocato nei primi decenni del 1400, ma non prima, dato che nel 1396
esso è ancora menzionato nella lista del sussidio militare al comune di Roma.
È arrivato fino ai nostri giorni un documento dell’Agosto 1438 e più
precisamente un atto di vendita di terra in Petra Demone. E’ molto
interessante, poiché parla di uno dei tanti abitanti che in quel periodo
abbandonarono il paese di Petra Demone. Il documento è conservato nella
biblioteca dell'Abbazia di Farfa ed è in buone condizioni, anche se ci sono
alcuni piccoli fori. Esso "recita": Cola di Antonio, già de castro
Petre, ora abitante di Poggio Moiano, per se e suoi eredi e successori, vende ad
Andrea di Iannuzio da Cane Morto (così si chiamava Orvinio fino al 1860),
presente ed accettante per suoi eredi e successori, un pezzo di terra, sito
"in tenimento Petre", la dove si dice "Le Speneta" e
volgarmente chiamato "Lu casale de Laconte". Detta vendita avviene per
il prezzo di 20 Fiorini, a ragione di 48 Bolognini per ogni fiorino, somma che
il venditore dichiara di aver ricevuto in moneta numerata dal compratore,
rinunciando alla eccezione del non avuto e non numerato. Actum in Poggio Moiano,
nella casa del venditore. Notaio: Giovanni Colecta da Poggio Moiano. Dunque a
quanto pare sembra che le terre attorno a Petra continuarono ad esser coltivate
almeno in parte anche dopo l'abbandono del paese. Questo pezzo di terra sarà
poi acquistato dal Monastero di Farfa. Proprio nella biblioteca di questa
Abbazia, possiamo trovare molto
materiale sulla storia di Scandriglia. Proseguendo nella storia di Petra Demone,
possiamo dire che passato in mano agli Orsini, il tenimento del
“castello diruto di pietra Demone” fu concesso il primo Gennaio 1508 da
Giovanni Giordano Orsini a Oliviero di Bordella, ma fu recuperato in seguito da
Farfa e allargato mediante una serie di acquisti scaglionati tra gli anni 1558 e
1645. Il 15 Settembre 1801 l’Abbate
di Farfa fece persino stendere uno “Statuto per il Castello di Pietra
Demone”, ma ben lungi di attestare un ripopolamento di questo centro, il detto
documento e attesta il carattere di mero possedimento agricolo, in quanto si
limita strettamente ai “danni dati” nel territorio, il quale è lavorato da
coloni, senza che sia menzionata alcuna organizzazione civile ne ecclesiastica.
Detto territorio fa oggi parte del comune di Scandriglia, uno dei più grandi
per estensione dell’alta Sabina. I centri abbandonati di Vallebuona e Petra
Demone sorsero appunto come la quasi totalità dei borghi medievali della Sabina
nei secoli X-XI. In questo periodo gli antichi Sabini per ripararsi dalle
scorrerie dei Saraceni abbandonarono le fiorenti città sabino-romane e si
rifugiarono sulle alture, costruendo i borghi ed i castelli che ammiriamo ancora
oggi. Il fenomeno dell'incastellamento di questi secoli determinò appunto la
nascita dei castra, insediamenti fortificati. Lo sviluppo di questi nuclei
insediativi, sorti in posizioni arroccate e ben difendibili poste
strategicamente a controllo del territorio, determinò una riorganizzazione
dell'assetto rurale do tipo militare-logistico imponendo di fatto la creazione
di unità produttive autarchiche. Proseguendo al nostra passeggiata sulla
provinciale, alle falde del Colle Cima dei Coppi incontriamo il fontanile rurale
di Fonte Schiazzi. In prossimità di questa sorgente, sempre sulla mulattiera
Orvinio-Scandriglia troviamo uno splendido monumento naturale, il vero patriarca
del parco. Si tratta del cerro di Fonte Schiazzi, ha un'altezza di 20 metri, una
circonferenza del fusto di circa 5 metri ed un'età che supera i 4 secoli di
vita. Nel territorio dell'area protetta, possiamo comunque trovare altre essenze
forestali centenarie, come lecci e faggi. Proseguendo il nostro cammino verso
Scandriglia troviamo anche un esempio di edilizia rurale sabina (la stalla
Pescara) e 2 fontanili, uno vicino a questa costruzione ed un altro denominato
Fontana di Serrapopolo, alle falde dell'omonimo monte. L'allevamento nel
massiccio lucretile era molto diffuso e veniva praticato come attività di
supporto all'economia locale. Era caratterizzato
da una limitata consistenza numerica delle mandrie. Altre fonti di reddito per
l'economia della zona erano costituite dall'agricoltura, dalla raccolta di
frutti di bosco ed erbe medicinali, dal commercio della neve e finito questo
dalle carbonaie (passeggiando ne troviamo qualche resto). L'allevamento era
invece praticato in gran parte allo stato brado. Sulla provinciale infatti
troviamo molti boschi ridotti a cespuglieti: non sono altro che riappropriazioni
da parte della montagna di terreni che un tempo erano adibiti a
pascolo. Lo spostamento da un luogo all'altro degli animali praticato nei
Lucretili invece era e medio e corto raggio, visto che quest'area si trovava
lontana rispetto alle grandi direttrici della transumanza storica. Le vie della
transumanza periodicamente divenivano
anche vie di pellegrinaggio, poiché vi erano costruite pievi e chiese rurali.
Lungo la provinciale, si individuano anche diverse tracce lasciate da branchi di
cinghiali in transito (molto diffusi nei Lucretili), sarà bene dunque non
effettuare l'escursione da soli. Viaggiando per questa antica via infatti,
immersi nella natura ci sembra quasi di tornare indietro nel tempo. Sembra di
calarsi nei panni dell’antico viaggiatore medievale, che percorreva sentieri e
strade mal tenute a suo rischio e pericolo. In conclusione comunque
possiamo dire che la provinciale Orvinio-Scandriglia, seppur poco
conosciuta, rappresenta una delle vie storiche della nostra provincia. Viene
utilizzata da millenni per attività di primissimo piano come
il commercio (basti pensare allo scambio di prodotti della montagna di
Orvinio con quelli tipicamente collinari di Scandriglia, soprattutto olio
d'oliva) e appunto per la transumanza. Autore: Andrea Del Vescovo
ARTICOLO
PUBBLICATO SUL QUINDICINALE "MONDO SABINO" ANNO XVII - N° 02 - 26
GENNAIO 2002
N.B.
: Ai nostri giorni la strada in questione è completamente asfaltata.