Santa Vittoria Santa
Vittoria, martire in Sabina. Le Sante Vittoria e Anatolia sono citate nel
Geronimiano al 10 luglio "VI ID. JUL. SAFINI ANATHOLIAE VICTORIAE".
Vittoria è citata anche nei martirologi di Beda (che erroneamente pone il
martirio della Santa a Roma), di Adone, del diacono Vandelbertus e di Usuardo.
Il Martirologio di quest'ultimo ebbe vasta risonanza nel Medio Evo. Vittoria è
citata anche nel Martirologio Romano. Secondo la Passio, Anatolia e Vittoria
rifiutarono le nozze con 2 patrizi perché consacrate a Dio. I due aspiranti
allora col favore imperiale le mandarono in esilio nei loro possedimenti in
Sabina; Vittoria presso la città sabina di Trebula Mutuesca (l'odierno
Monteleone Sabino), Anatolia presso la città sabina di Thiora. Secondo la
Passio vi era nel territorio di Trebula un pessimo dragone il cui sbuffo
pestifero faceva morire uomini ed animali. Domiziano, signore di Trebula, si recò
nel posto dove era stata esiliata Vittoria, e la pregò di salvare la città dal
drago. Domiziano gli offrì pane candido e vini vecchi. La Santa gli disse:
"Ringrazio il Signor mio Gesù Cristo che mi nutrisce ogni giorno; ma tu
perché vuoi prenderti tanta cura di me?". Rispose Domiziano: "Sono
uscito fuori dalla mia città, rimanendo però nei pressi di essa, in una mia
casetta; ma non potrei scampare dall'aria pestifera che fuggivo. Ho detto in
cuor mio che se rimarrò fra queste montagne, sarò libero dalle esalazioni
velenose del dragone". Rispose Vittoria: "Se voi, abbandonati gli
idoli, adorerete Cristo, vi mostrerò come questo dragone fuggirà da voi e non
vi opprimerà più alcuna angustia". Domiziano: "Nella città di
Trebula nessuno è più altolocato e più onorato di me. Dimmi quando scaccerai
quel dragone ed io farò diventare cristiani tutti i suoi abitanti". Allora
Santa Vittoria gli disse: "dopodomani verrò colà al canto del gallo e nel
nome di Gesù Cristo lo farò fuggire dal vostro territorio". La Santa come
aveva promesso due giorni dopo liberò la città dal pestifero drago e tutti i
trebulani si fecero cristiani. Entrata nella città di Trebula, le viene
incontro Domiziano con tutti i cittadini: al suo ingresso la segue tutto il
popolo. Giunti alla spelonca del dragone, Santa Vittoria gridò: "Nel nome
del Signore Gesù Cristo esci da questo luogo, o pessimo dragone; dà onore al
Dio vivo e vero, va là dove non abitano uomini, né animali, né cosa che
spetta agli uomini; dove l'agricoltore non ara, né risuona la voce
dell'uomo". Allora il dragone uscì fuggendo con corsa rapidissima, quasi
che fosse stato percosso da flagelli. In seguito non vi fu più traccia di lui.
Da notare che il Domiziano citato nella Passio ha lo stesso nome dell'imperatore
Domiziano, fratello di Tito e figlio di Vespasiano. L'imperatore Domiziano era
di origine sabina, probabilmente i due, anche se vissuti in secoli diversi,
appartenevano alla stessa gens ("famiglia"). Dopo aver scacciato il
drago, Vittoria entrò nella spelonca del dragone e convocando il popolo disse:
"Ascoltatemi: in questo luogo costruitemi un oratorio e datemi come socie
le vostre fanciulle vergini". In poco tempo più di 60 ragazze divennero
sue discepole; la Santa insegnava loro inni, salmi e cantici. Sulla famiglia di
Santa Vittoria non si hanno notizie. Sappiamo che apparteneva ad una nobile
famiglia, dotata di beni materiali e cristiana; infatti Vittoria ricevette il
battesimo sin da bambina. Era di qualche anno più giovane di Anatolia, nel 250
aveva circa 20 anni. Non era sorella di Anatolia, perché quest'ultima era
figlia unica del console Emiliano. Probabilmente erano sorelle cugine per parte
di madre. Vittoria, come accennato all'inizio, richiesta sposa dal nobile
Eugenio, è convinta dalla cugina Anatolia a divenire "Vergine di
Cristo"; vende i suoi gioielli e le vesti preziose, ne distribuisce il
ricavato ai poveri e rinuncia definitivamente al matrimonio. L'esilio,
affrontato serenamente dalla Santa durò tre anni e si protrasse fino a tutto il
253. Eugenio temeva di denunciarla come cristiana, perché se faceva questo i
beni di Vittoria secondo la legge del tempo venivano confiscati. Eugenio infatti
aveva un duplice scopo: sposare la Santa ed entrare in possesso del suo
patrimonio. Trascorsi però tre anni la denunciò al Pontefice del Campidoglio
di nome Giuliano, il quale inviò a Trebula un commissario di nome Taliarco.
Quest'ultimo andò da Santa Vittoria con una statuetta e la obbligò ad adorare
la Dea Diana. Al suo rifiuto la uccise con la spada. Tutta la cittadinanza fece
lutto per 7 giorni; i sacerdoti di Cristo con tutto il popolo la seppellirono
ungendola con unguenti e coprendola con teli di lino. La misero dentro un
sarcofago e lo deposero nella grotta dove aveva cacciato il dragone. Nel luogo
di sepoltura si verificarono molti miracoli. La Santa fu martirizzata il 18
dicembre del 253 e sepolta il 23 dello stesso mese. Sul luogo del martirio venne
edificato un sacello; una chiesa invece era presente già nel VIII secolo.
Ricostruita alla fine del XI secolo e restaurata più volte, oggi il luogo di
culto dedicato a Santa Vittoria è una delle chiese romaniche più belle del
centro Italia. All'interno, oltre al sarcofago che fu di Santa Vittoria possiamo
ammirare una cisterna, che raccoglie le acque che secondo la tradizione sgorgano
al momento del martirio della Santa. Con il pericolo saraceno, il corpo della
Santa fu prima portato nell'abbazia di Farfa, poi nelle Marche, a Santa Vittoria
in Matenano. Ed ora facciamo qualche accenno alle immagini della Santa. Vittoria
ed Anatolia compaiono effigiate nel mosaico del VI secolo in S. Apollinare Nuovo
in Ravenna, in mezzo alle martiri più illustri dell'Occidente. Un immagine
molto antica di Santa Vittoria (affresco) si trova anche all'interno della
chiesa omonima a Monteleone Sabino. TESTO
E FOTO DI ANDREA DEL VESCOVO
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